Robyn. Sesso, dancefloor e libertà

Tra desiderio, maternità e libertà creativa, Robyn torna con Sexistential e ci racconta il bisogno di ricominciare e perché la pista da ballo resta il posto migliore per attraversare le trasformazioni della vita.

Intervista di Marco Cresci; Fotografie di Casper Sejersen

Per festeggiare l’uscita di SEXISTENTIAL, abbiamo chiesto ad artisti e amici cosa significa per loro “sexistential”. Ne è nata una fanzine in edizione limitata che potete trovare qui.

In oltre vent’anni di carriera, Robyn ha ridefinito il linguaggio del pop emotivo da dancefloor, trasformando la solitudine, il desiderio e le contraddizioni della vita adulta in inni generazionali. Dal pop sofisticato dell’omonimo Robyn al culto di Dancing On My Own fino alla sensualità di Honey per arrivare alla libertà matura e consapevole di Sexistential (Konichiwa/Young), la cantante svedese ha sempre trovato nella pista da ballo uno spazio dove vulnerabilità ed energia possono convivere. 

Oggi Robyn torna a confrontarsi con il pop in modo diretto, ma senza nostalgia: un disco nato tra opposti — desiderio e maternità, libertà e responsabilità, intimità e club culture. 

Ci colleghiamo mentre Robyn è ancora a casa, in Svezia — «fa ancora freddissimo, mi manca il sole» — e ha appena finito un Semla, il dolce invernale svedese al cardamomo e pasta di mandorle.

Cominciamo dal principio. Il titolo del tuo album, “Sexistential”, suona quasi come una dichiarazione. Era questa l’intenzione?

Non proprio, in realtà è nato come una battuta: io e mia sorella ridevamo pensando che fosse il tipico titolo da “crisi di mezza età”, poi però mi sono accorta che descriveva perfettamente il disco. È anche un ossimoro: due parole che normalmente non stanno insieme. E l’album nasce proprio da questa tensione tra estremi. In quel periodo della mia vita mi trovavo a vivere esperienze molto diverse allo stesso tempo — uscire con qualcuno, pensare a una gravidanza — e questa contraddizione mi interessava molto. Credo che anche nella mia musica ci sia sempre stato questo tipo di contrasto: pensa a Dancing On My Own, che è una canzone da club ma anche molto emotiva. Lo spazio tra due estremi è spesso il luogo più interessante.

Hai descritto il disco come una navicella che rientra nell’atmosfera ad alta velocità. Cosa hai scoperto tornando dentro te stessa?

La mia gioia di vivere. Il piacere e la gratitudine di essere viva. Non direi però che sia un album sulla maternità. È più sul periodo prima della nascita di mio figlio. Era un momento in cui sentivo il bisogno di riprendermi spazio, sia personalmente sia musicalmente. Avevo voglia di fare di nuovo un album pop: Honey (il disco precedente, ndg) era qualcosa di diverso, e lo amo molto per quello che è. Ma questa volta sentivo proprio l’urgenza di tornare a fare pop.

In Sexistential torni a lavorare con Max Martin.

Sì, con Max Martin e Oskar Holter agli MXM Studios. Ma ho lavorato soprattutto con Klaus Åhlund, con cui collaboro dal 2005. Molte delle canzoni che la gente associa a me le abbiamo fatte insieme. A volte dico che Klaus è quasi il secondo membro della band Robyn.

Com’è stato ritrovarvi in studio senza cadere nella nostalgia?

Klaus per me è come un fratello. Ci conosciamo così bene che a volte sembriamo una coppia sposata da anni. Ci sono anche periodi in cui non abbiamo molta voglia di stare insieme. Quando abbiamo iniziato a lavorare al disco non ero nemmeno sicura che avrebbe funzionato. Abbiamo dovuto riscoprire sia la nostra amicizia sia il nostro modo di fare musica. Quando torni a lavorare su qualcosa che hai già fatto in passato è fondamentale non sentirsi troppo comodi. E né io né Klaus amiamo la comodità.

Really Real apre il disco come una bomba dance, ma è anche molto emotiva: soprattutto il momento in cui parli con tua madre.

La canzone parla di quando ti accorgi improvvisamente che tu e un’altra persona non state vivendo la stessa esperienza. Succede in una relazione o in una conversazione: all’improvviso capisci che le vostre prospettive sono completamente diverse. Klaus ha avuto l’idea di inserire quella pausa quasi impressionista. Pensava alla sensazione di telefonare a qualcuno che ami da un altro fuso orario. Vorresti spiegargli dove sei, cosa stai vivendo, ma è impossibile racchiudere tutta la tua realtà in una telefonata. Così abbiamo fatto davvero entrare mia madre in studio per registrare la parte parlata.

A proposito di voci, nel disco ti diverti molto a manipolarla, me ne parli?

Sì, con il pitch e con diversi registri, ci siamo divertiti. Mi è venuto in mente che in quel momento di cui parlava prima su mia madre c’è anche la parola svedese «älskling» che significa “tesoro”. È esattamente quello che lei direbbe.

Nel disco canti con grande grande libertà, senza filtrare troppo i testi. Crescendo hai imparato a fregartene e ad essere più diretta. 

È una cosa che ho scoperto già con Honey. Ho trovato un modo di cantare più rilassato, quasi conversazionale. Abbiamo scritto i testi pensando proprio a questo: mettere molte parole e lavorare molto sul ritmo del linguaggio. Forse come dici tu è anche una questione di età, o semplicemente di esperienza. Dopo tanti anni scopri nuovi lati della tua voce.

Nella title track parli apertamente di fecondazione assistita, desiderio e sesso dopo i trent’anni. Perché sono ancora temi così tabù? 

Me lo chiedo anch’io. Per me non è un tabù. Ho semplicemente raccontato la mia esperienza. Ma dopo aver eseguito il brano live da Colbert al Late Night Show e aver letto i commenti online mi sono resa conto che per alcune persone l’idea di una donna adulta che esprime liberamente la propria sensualità è ancora provocatoria. Il pop parla molto di desiderio, ma raramente di come cambia con il tempo. 

Come è cambiata la tua vita con la maternità?

La cosa più evidente è il tempo, mio figlio determina completamente il mio ritmo quotidiano. Paradossalmente però mi sento anche più me stessa. Forse proprio perché ho meno tempo per me riesco a fare quello che amo con molta più intensità. Diventare madre per me è stato naturale. È qualcosa che ho sempre desiderato.

Questo disco sembra fatto per il dancefloor.

Sì, ma non solo. Penso sempre sia alla persona che balla sia a quella che ascolta da sola. Però devo dire che mentre lo facevo avevo un’immagine molto chiara in mente: un uomo gay in pantaloni di pelle che vuole semplicemente ballare.

Adoro! Il tuo album Body Talk ha influenzato una generazione di musicisti. Tu sei ancora curiosa di scoprire nuovi artisti?

Assolutamente. Quando qualcuno dice che non esiste più buona musica nuova, secondo me è perché non la cerca davvero. C’è moltissima musica interessante oggi. Credo che non sia molto divertente restare bloccati nel passato. Però oggi esce anche una quantità enorme di musica, quindi trovare qualcosa che ti colpisca davvero richiede più tempo. Ma è anche una cosa positiva: significa che c’è ancora spazio per chi dedica tempo alla musica — tastemaker, DJ, curatori. Il loro ruolo è ancora importante. E poi penso che artisti come Charli XCX o Jonathan mi diano tanto quanto io possa dare a loro. Con loro sento una connessione molto forte nel modo di vivere la carriera e la cultura pop. A volte è persino più facile sentirla con artisti più giovani che con quelli della mia stessa generazione. Condividiamo un modo di muoversi dentro la pop culture, ma restando anche un po’ ai suoi margini.

Quando pensi oggi a Dancing On My Own, cosa provi?

Sono orgogliosa di quella canzone. Per un periodo ero stanca di quell’immagine della persona solitaria che canta il proprio cuore spezzato. Ma lavorando a questo disco ho riscoperto quella parte di me. Ho capito che scrivere quella canzone mi ha salvata in un momento difficile. Ho trasformato la solitudine in qualcosa di potente. Penso che sia proprio questo il motivo per cui le persone si sono connesse così tanto a quella canzone. Parla di quel momento in cui non hai più nulla da perdere e riesci ad accettarti esattamente dove sei. Adesso mi sento di nuovo a mio agio con quella voce. Quando lavoravo a questo disco è come se l’avessi presa, l’avessi messa sul tavolo davanti a me e avessi deciso consapevolmente di tornarci, ma in modo più leggero, quasi giocoso. Non partiva più da un luogo di dolore.

A sorpresa sei tornata sul palco a New York per la notte di Capodanno. Com’è stata quell’esperienza?

È stato estremamente emozionante. Capodanno è una notte molto particolare, quasi un “demone dell’anno nuovo”. È la notte più esistenziale dell’anno, tutti riflettono sulla propria vita e su quello che verrà. Ero molto felice di essere a New York. La città in quei giorni era bellissima e sorprendentemente tranquilla: c’erano pochi turisti, molte persone che vivono lì erano tornate a casa dalle loro famiglie per Natale. Nevicava e c’era una specie di silenzio, come una piccola settimana sospesa prima che tutto ricominciasse. Era come una piccola bolla.

Qual è l’ultimo disco di cui ti sei innamorata? 

Quello di Oklou: choke enough mi è piaciuto moltissimo.

Per concludere, ti mostro una foto: nel 2008 eri a Milano, al Glitter Club… abbiamo fatto i dj insieme! Ti ricordi?

Wow! Certo che me lo ricordo, eravamo davvero molto giovani. Ora capisco perché, mentre parlavamo, mi sembrava che avessi un’aria familiare! Non è la prima volta che ci incontriamo. È bello rivederti. Ricordo quella notte, è stata molto divertente. 

Con un sorriso e un ricordo di vecchie serate a Milano, Robyn saluta, lasciando la certezza che la sua musica continua a sorprendere e a connettere generazioni diverse. 

Robyn sarà live al C2C Festival a Torino il 30 ottobre 2026 insieme ad Arca, Oklou e molti altri.